Dalle piattaforme digitali estrattive alla produzione di valore pubblico. Intervista di Pandora Rivista a Luigi Corvo

Il 26 e 27 febbraio si è tenuto a Genova l’evento “Filosofia, Estetica Cooperativa e Intelligenza Artificiale”, tappa nazionale della Biennale dell’Economia Cooperativa di Legacoop.
Pandora Rivista ha intervistato Luigi Corvo – Professore di Economia aziendale all’Università di Milano-Bicocca, fondatore di Open Impact, startup che fornisce servizi per misurare e gestire l’impatto sociale, ambientale ed economico in un’ottica di sostenibilità integrata, e coordinatore del comitato scientifico della Fondazione Barberini.
Ecco alcuni passaggi dell'intervista ( completa a questo link)
Nel dibattito ricorrono spesso categorie interpretative come il “capitalismo della sorveglianza”, l’oligopolio e le asimmetrie generate dalle economie di rete, che tendono a produrre poteri quasi monopolistici. Tra queste chiavi di lettura, quale consente davvero di comprendere che cosa caratterizza il capitalismo delle piattaforme? E, oltre alla dimensione dell’attenzione e delle emozioni, ci sono altri elementi strutturali che ritiene decisivi?
Luigi Corvo: Questa domanda coglie un punto centrale. È vero che esiste una forte tensione verso forme oligopolistiche e talvolta monopolistiche. Tuttavia, va osservato che il soggetto dominante cambia con un orizzonte temporale sempre più breve. IBM e General Electric erano i grandi oligopolisti dell’elettronica; oggi sono marginali rispetto ai nuovi attori. Poi è arrivata la stagione della new economy, con l’emersione di soggetti diventati rapidamente dominanti, come Microsoft, Google i grandi social network. Oggi siamo già in un’altra fase dove sono cruciali OpenAI, NVIDIA, i data center, i grandi sviluppatori di intelligenza artificiale. Il dato interessante è che la sostituzione del soggetto oligopolista avviene sempre più velocemente e il ciclo di vita delle fasi di espansione del capitale si accorcia. Questo non elimina la concentrazione, ma la rende dinamica, instabile, soggetta a rapidi ricambi. A mio avviso, però, chi si occupa di economia sociale tende a concentrarsi soprattutto sull’analisi critica di ciò che non funziona in quel modello. Siamo meno capaci di individuare ciò che lo rende efficace, di comprenderne i meccanismi generativi e di reimpiegarli in un altro quadro valoriale. L’abbattimento del costo marginale, ad esempio, è un risultato straordinario. Con i miei studenti faccio un esempio semplice: la differenza tra un CD e Spotify. Con dieci euro, un tempo si acquistavano dieci canzoni; oggi, con la stessa cifra, si può accedere a miliardi di brani. In questo passaggio c’è l’intera rivoluzione del costo marginale. Trasformare paradigmi di scarsità in paradigmi di abbondanza non è, in sé, un errore.
Il problema è che, se questa potenza generativa resta nelle mani di chi mira esclusivamente alla massimizzazione del profitto, verrà applicata solo dove esiste una forte disponibilità a pagare. Per questo si sviluppa nell’entertainment, nell’accommodation, nei bisogni secondari e terziari, ma non nell’acqua, nella casa, nella sanità. Non nei bisogni primari. Perché i bisogni secondari sono sostenuti da redditi extra, e lì il profitto è più facilmente estraibile. La questione, dunque, non è rinnegare il modello, ma trasformarlo e portare quella stessa capacità generativa dentro un codice orientato all’impatto sociale. Per questo studio l’impatto sociale: non per un’ossessione tecnica, ma perché è lì che si può intervenire. Dobbiamo comprendere che cosa rende così potente questo meccanismo e inserire nel suo “codice genetico”, accanto al profitto, una finalità di impatto. Senza dimenticare che anche le cooperative devono generare profitto. La differenza non sta nell’assenza di utile, ma nella sua funzione e nella sua destinazione.
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